
Arrivo a Heathrow che è ancora molto presto per il mio volo.
Ho un volo Lufthansa che mi porterà a Francoforte , dopo uno scalo di un’altra ora circa, a Fiumicino.
Supero i controlli di sicurezza e mi trovo un posto nella hall. La moquette ha uno di quei pattern che se si sporcano è difficile da vedere, ma le sedie sono comode e sono rivestite di similpelle rossa come quella degli astucci che avevo quando andavo alle elementari.
Non profumano né di cuoio né di plastica, e penso che con gli anni hanno perso qualsiasi odore. Ci si saranno sedute migliaia di persone e penso che sono costruite con criteri speciali.
Leggo Aidoru e ogni tanto sollevo lo sguardo dalle pagine e osservo le persone che nelle ore si succedono sedute nelle poltroncine nel mio campo visivo. Una giovane viaggiatrice addormentata con gli occhialini sul naso e le braccia strette allo zaino sul petto. Una donna bionda in coda di cavallo che scrive forsennatamente su un Moleskine foderato di tessuto blu a fiori.
Un signore di mezza età con uno di quei gilet da pescatori cachi pieni di tasche e che osserva tutti con una punta di sospetto tagliente negli occhi.
Un anziano di colore con una camicia stiratissima e i baffi bianchi sulla faccia color caffellatte e che sta con la schiena dritta e immobile a fissare i display dell’aeroporto tutto il tempo.
Una hostess che parla nel suo iPhone lucidissimo senza smettere di toccarsi i capelli e guardarsi attorno come se cercasse qualcuno nel grande atrio climatizzato.
Due ragazzi che non si fanno la barba da almeno tre settimane, con bandana e magliette turistiche che non capisco se sorridono così tanto perché stanno per partire o perché hanno appena fatto delle vacanze fantastiche di cui stanno già riassumendo i ricordi chiacchierando tra loro.
Una ragazza coi capelli spettinati e lucidi e nerissimi che cammina avanti e indietro su due tacchi che devono essere molto scomodi e una bottiglietta di Gatorade che fa oscillare da una mano all’altra. Ha a tracolla una borsa di pelle viola dall’aspetto costoso e piena fino a scoppiare di chissà che cosa.
Un’altra sta pescando qualcosa da un bicchiere di carta con dei bastoncini neri, sta seduta dritta davanti a me con le gambe incrociate e sembra che mi guardi fisso ma non posso dirlo perché ha un grosso paio di occhiali a mascherina scurissimi ma sembra molto bella. A parte la bocca che si apre e di chiude sul cibo e le mani che manovrano veloci i bastoncini, niente del suo corpo fa pensare che stia alimentandosi.
I jeans aderenti sono di una sfumatura tra il blu e il viola e anche lei ha il suo iPhone appeso al collo. E anche lei, come tutte le ragazze che ho incontrato in questi giorni, ha le unghie dei piedi dipinte di un colore che non mi piace. Nessun colore mi piace tranne il trasparente. Un ragazzino splitta continuamente dal reale al virtuale alternando la sua attenzione a una Playstation bianca che stringe tra le mani e all’ambiente circostante a intervalli di cinque secondi. Poi chiamano il mio volo.
Vado e smetto di essere anch’io uno della gente da aeroporto.
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